Per un’azienda alimentare, esplorare nuovi mercati internazionali risulta essere un’opportunità preziosa sia in termini di business che di reputazione.

Soprattutto nel comparto agroalimentare italiano, il giro d’affari è impressionante, e quest’ultimo fa da traino al nostro paese, anche in questi tempi di pandemia.

Esportare gli alimenti prodotti dalla propria azienda, non significa però solamente far conoscere la cultura alimentare del nostro paese. Ma significa anche soddisfare i requisiti definiti da norme, standard europei ed internazionali.

Regolamentazioni, che alzano l’asticella, a tutela dei clienti e consumatori globali, nei confronti di pericoli alimentari, che possono nuocere alla salute del consumatore, e nei confronti delle frodi.

Comportamenti, scorretti, atti a trarre vantaggi economici, dalla vendita di prodotti con determinate caratteristiche, che in realtà non hanno. Un esempio è l’italian sounding.

Quali sono le regole per l’esportazione di cibo? Perché la certificazione alimentare volontaria, è uno strumento fondamentale per il mercato globale?

Nel proseguo dell’articolo, cercheremo di dare qualche informazione utile, chiarendo qualche dubbio.

Le normative obbligatorie da rispettare in ambito alimentare

Per esportare prodotti alimentari dall’Italia è necessario, in primis, rispettare i requisiti obbligatori previsti dai Regolamenti CE 178/2002, 852/2004 e per gli alimenti di origine animale 853/2004. Tali obblighi valgono non solo per i produttori, ma anche per l’intera filiera alimentare (logistica, packaging, packaging, ecc.).

Tutte le realtà che vogliono operare operazioni di esportazione nei paesi terzi, devono essere riconosciute dalle autorità competenti come definito dal D. Lgs.194/2008. Ed operare, per le merci di origine animale, anche per la registrazione e registrazione nei sistemi ‘Traces’ e ‘Sintesi’.

Nei paesi dell’unione invece, non viene considerato export, la vendita di un alimento all’estero, ma libero scambio, che dovrà, ovviamente seguire le regole e diposizioni commerciali di mercato.

I requisiti da rispettare sono inerenti alla prevenzione e gestione dei pericoli alimentari, biologico, chimico e fisico. Le informazioni da riportare in etichetta, il sistema di tracciabilità ed allerta. E tutti quelli siano utili per assicurare, al consumatore, un alimento sicuro.

Considerando, anche i regolamenti da rispettare nei paesi in cui l’alimento dovrà essere esportato. Soprattutto quelli extra UE.

A livello internazionale, il regolamento di riferimento fa riferimento al Codex Alimentarius dell’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione e l’Agricoltura (organismo coordinato dalla FAO) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Il Codex Alimentarius definisce procedure di base, standard generali, linee guida tematiche, gestione dell’elenco ufficiale degli additivi alimentari, ed i limiti massimi di pesticidi e principi attivi in ​​campo veterinario, per ridurre al minimo il rischio microbiologico, chimico e fisico.

Certificati aggiuntivi necessari per esportare gli alimenti

Il rispetto della legislazione pertinente per l’esportazione di prodotti alimentari è fondamentale. In alcuni casi, alcuni paesi emanano norme specifiche sull’importazione dei prodotti per tutelare ulteriormente i consumatori o incoraggiare la produzione locale.

Per esempio, negli Stati Uniti d’America, dove non è più adottato il sistema HACCP, a favore del sistema HARPC, sono stati emanati con il CFR 21, gli obblighi che deve rispettare un importer, o FSVP.

Gli importatori devono anche richiedere un Certificato di Origine alla Camera di Commercio per provare l’origine delle materie prime e dei prodotti finiti.

Altre tipologie di certificati che devono essere prodotti a seconda degli alimenti da esportare sono:

  • Fitosanitario per i prodotti vegetali;
  • Per animali vivi;
  • Per prodotti animali non destinati al consumo umano;
  • Sulle carni e prodotti a base di carne;
  • Latte e prodotti a base di latte;
  • Altri alimenti;
  • Mangimi;

Queste tipologie di certificazioni devono essere rilasciate dal veterinario ufficiale dell’ Azienda sanitaria locale competente per territorio, secondo il DM 303/2000.

Per alcuni paesi (tra cui Federazione Russa, Cina e Brasile), l’esportazione di prodotti di origine animale richiede procedure specifiche (liste di autorizzazione), che prescrivono l’applicazione di metodi HACCP e data di igiene e firma.

Pertanto, prima di esportare un prodotto in un Paese, è buona norma verificare le normative e i requisiti obbligatori da rispettare.

Certificazioni alimentari internazionali: un prerequisito per l’export

La certificazione alimentare volontaria è essenziale per le organizzazioni che vogliono diventare distributori su larga scala ed esportare i propri prodotti attraverso canali commerciali nei mercati globali.

Queste attestazioni, si definiscono volontarie, basate ovviamente su requisiti obbligatori applicabili, ma necessarie, perché senza queste certificazioni è impossibile internazionalizzare il mercato.

Sono un vero e proprio prerequisito per entrare nei mercati importanti, e poter esportare all’estero. Questo perché vengono utilizzati per ottimizzare e monitorare tutti i requisiti di qualità, legalità e sicurezza alimentare necessari. Hanno un’importante funzione di coordinamento dei requisiti applicabili alle diverse legislazioni nei diversi mercati internazionali.

Tali standard possono fare riferimento a certificazioni di prodotto, o sistemi di gestione organizzativa aziendale. Tutti questi standard, sono finalizzati al miglioramento continuo delle prestazioni aziendali e dei requisiti di sicurezza, qualità e legalità alimentare, attraverso l’adozione del ciclo PDCA o Deming.

La loro utilità, però, non è solamente quella inerente all’assicurazione della qualità. Sono anche un importante strumento aziendale a tutela degli alimenti prodotti.

Le maggiori certificazioni alimentari utili per esportare i tuoi prodotti

Come abbiamo visto sopra, le certificazioni son utili per esportare gli alimenti che produce la tua azienda. Molte volte richieste dai grandi attori commerciali, e dalle catene della grande distribuzione organizzata, soprattutto per i prodotti a loro marchio.

Le principali certificazioni alimentari che consentono di poter presentarsi ai mercati internazionali sono le seguenti:

  • Certificazione ISO 22000. La norma madre della certificazione alimentare. I suoi requisiti definiscono un sistema di gestione per la sicurezza alimentare;
  • Certificazione ISO 22005. La norma di certificazione che definisce i requisiti per i sistemi di tracciabilità di filiera;
  • Certificazione FSSC 22000. Lo standard, nato da un consorzio olandese, Foundation of Food Safety Certification, formato dai grandi produttori mondiali, che richiede l’adozione dei requisiti della norma ISO 22000, delle normative tecniche di settore ISO/TS 22002, e di requisiti propri definiti;
  • Certificazione BRC. Lo standard nato per la qualifica dei fornitori di alimenti della GDO anglosassone di proprietà del British Retail Consortium;
  • Certificazione IFS. Lo standard creato dalla GDO francese, tedesco, belga, spagnola, adottato anche da quella italiana, per la qualifica dei produttori di alimenti, di proprietà del International Featured Standard;
  • Certificazione SQF. Quality Safe Food standard privato sviluppato per il mercato asiatico ed americano, che unisce i requisiti della norma ISO 9001, sui sistemi di gestione qualità, con il sistema HACCP;
  • Certificazione Global Gap. Standard di certificazione di proprietà di EurepGAP, che definisce i requisiti per la gestione delle buone pratiche agricole, nel settore primario agricolo, zootecnico ed ittico. E definiscono anche requisiti per la catena di custodia per i trasformatori, e la responsabilità ambientale e socioeconomica;
  • Certificazioni ittiche.  Standard privati, improntati su schema di quello precedente per le realtà ittiche di pesca acquacoltura e trasformazione. Le più importanti sono: la certificazione MSC, ASC, e Friend of The Sea;
  • GMP+. Anche in questo caso uno standard privato trasversale, che trova la sua applicazione nella filiera cerealicola e mangimistica;
  • BIOLOGICO. Certificazione di produzione e trasformazione rispettante i requisiti del regolamento comunitario 848/2018, per l’ambito biologico;
  • MARCHI COLLETTIVI. Marchi e riconoscimenti collettivi definiti da indicazioni geografiche, o di produzione tradizionale storica. Per esempio: IGT, IGT, DOC, DOCG, ISGT.

Dotarsi di questi strumenti ed attestazioni sarà fondamentale per poter presentarsi alle grandi catene di distribuzione ed a tutti gli altri attori internazionali.

Alcune delle norme e standard hanno più valore di altre. Per esempio le certificazioni FSSC 22000, BRC, IFS, Global Gap, GMP, ed SQF, sono riconosciute dal GFSI, Global Food Safety Initiative.

Ente no profit, che si propone di promuovere norme , standard e regole, armonizzate a livello internazionale, per la protezione della salute dei consumatori.

Mentre per esempio le norme ISO 22000, ed ISO 22005, anche se importanti non vengono riconosciute da GFSI, e quindi a livello internazionale il loro valore decade.

Da sottolineare che, il miglior modo di raggiungere una attestazione in questo senso, è sempre e comunque, partendo dall’implementazione di un sistema di gestione per la sicurezza alimentare.

Per approfondire le modalità, ed i requisiti di quest’ultimo, ti segnaliamo una utile guida che puoi visionare a questo indirizzo: https://www.sistemieconsulenze.it/certificazione-iso-22000/

Vantaggi dell’ottenimento della certificazione alimentare

I vantaggi di cui possono godere le organizzazioni che vogliono esportare i propri prodotti, derivanti dal raggiungimento di una certificazione alimentare, possono essere riassunti:

  • Adozione uno strumento per gestire i requisiti di sicurezza, qualità e legalità alimentare a livello internazionale. Promuovendo l’introduzione di alimenti sicuri per i consumatori;
  • Miglioramento della gestione aziendale grazie all’adozione di un sistema di gestione per la qualità;
  • Riduzione delle inefficienze, degli sprechi, e miglioramento produttivo;
  • Riduzione dei costi derivanti dalle inefficienze e dalle criticità;
  • Miglioramento dell’organizzazione tecnica e gestionale dell’azienda;
  • Miglioramento della competenza e la consapevolezza delle risorse umane;
  • Capacità di prevenire e gestire emergenze, a tutela della salute del cliente;
  • Miglioramento della gestione della comunicazione con tutti i partecipanti alla catena di approvvigionamento, in particolare la gestione delle emergenze;
  • Miglioramento della reputazione e il valore aziendale;
  • Aumento dei profitti e protezione degli investimenti e tutela dei prodotti immessi sui mercati;
  • Velocizzazione del processo di qualifica come fornitore di alimenti sui mercati;
  • Entrare nel mercato dei prodotti a marchio privato del retailer;
  • Differenziarsi dalla concorrenza;
  • Aumentare la capacità di gestire le trattative commerciali e soddisfare i requisiti definiti dal cliente e i requisiti obbligatori;
  • Aumentare la propria visibilità grazie anche alla presenza sui portali degli standard, della propria organizzazione.